Omicidio a Milano. Il delitto di via San Gregorio

Il delitto di via San Gregorio del 1946 sconvolse la città di Milano e l’opinione pubblica, e fu uno dei primi casi in cui si parlò di “mostro” per il colpevole.

Il contesto

Nel novembre del 1946 Milano era una città che cercava di rialzarsi dalle distruzioni della guerra e dai bombardamenti che avevano colpito gli edifici e le strade: erano passati solo pochi mesi dai giorni del referendum, con la fine della monarchia e la nascita della repubblica, e solo un anno e mezzo dalla Liberazione dal nazifascismo. Lentamente, ma con decisione, la città si apprestava a riprendersi il ruolo di capitale morale e industriale d’Italia; i suoi abitanti si stavano impegnando nella ricostruzione, cercando di dimenticare gli orrori, i morti e la barbarie dei mesi precedenti.

Il ritrovamento del cadavere

Fu così uno shock la notizia del ritrovamento il 30 novembre (la mattina dopo l’accaduto), dei corpi di una donna – Franca Pappalardo in Ricciardi – dei suoi tre figli – di 7 e 5 anni i più grandi, di appena 10 mesi l’ultimo. A sconvolgere i cronisti, accorsi rapidamente sul luogo del delitto, fu oltre alla brutalità del fatto – gli assassinati erano stati ripetutamente colpiti con un oggetto di ferro, forse una spranga – il luogo del delitto: la sua stessa abitazione, in via San Gregorio 40. Fu la nuova commessa del marito della vittima, Giuseppe “Pippo” Ricciardi a scoprire i cadaveri.

Nonostante i cassetti aperti, le lenzuola spostate, i mobili rovistati, la polizia scartò subito l’ipotesi della rapina: i Ricciardi non navigavano in buone acque economicamente e l’attività di Giuseppe – un negozio di tessuti – rischiava continuamente la chiusura. Inoltre sul tavolino furono trovati dei bicchieri sporchi (su uno dei quali vi erano tracce di rossetto), segno che l’assassino conosceva la vittima ed era stato invitato a entrare e a consumare del rosolio.

Inoltre Franca Pappalardo aveva lottato con il suo aggressore furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna neri. Una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze, ritrovata strappata, faceva ipotizzare uno sfogo di gelosia.

L’arresto di Rina Fort

Il colpevole era quindi probabilmente una donna, e il delitto aveva probabilmente un movente passionale. Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per lavoro e una volta rintracciato e informato, fece il nome di Caterina – “Rina” – Fort, sua ex commessa e sua amante sin dal settembre dell’anno prima. Venne rintracciata e prelevata dagli agenti nella pasticceria dove lavorava, in via Settala, mentre scherzava e raccontava storie ai clienti.

Dopo 17 ore di interrogatorio Rina Fort inizia a cedere: ammette di essere stata l’amante di Ricciardi, dice di avere partecipato all’eccidio ma di non avere toccato i bambini, accusa poi Ricciardi di essere il mandante, fa il nome di un fantomatico “Carmelo”, amico di Ricciardi, assieme al quale avrebbero organizzato una messa in scena per spaventare Franca e spingerla ad abbandonare la città e tornare a Catania, ma che la situazione poi sarebbe precipitata.

Il processo e la condanna

Alla fine la donna confessa: è stata lei, da sola a commettere gli omicidi; aveva perso la testa dopo che la moglie di Ricciardi le aveva intimato di lasciare in pace per sempre suo marito.

In seguito al processo Rina Fort, soprannominata dai giornali “la belva di San Gregorio”, fu condannata all’ergastolo. Rimase in carcere fino alla grazia concessale dal presidente della Repubblica nel 1975, morì a Firenze dove si era trasferita nel 1988.

Una vita di miseria e tragedie

Durante i dibattimenti emersero le difficoltà da cui proveniva la Fort: il trauma di avere assistito, bambina, all’incendio della propria a casa a Santa Lucia di Budoia (vicino Pordenone) a causa di un fulmine; la morte del padre, caduto in un burrone durante una passeggiata in montagna mentre era con lei, quando aveva appena tredici anni. Inoltre l’evento centrale della sua vita: la scoperta di un difetto fisico che le impedirà di rimanere incinta.

E poi: la relazione a poco più di 20 anni con un giovane che la chiederà in moglie, ma che morirà di tubercolosi di lì a poco; un matrimonio a 27 anni con un uomo che poi scoprirà essere stato reso pazzo dalla sifilide, il quale la sevizia e viene ricoverato in manicomio; infine la passione per Pippo, finalmente il sogno di una felicità e dell’amore, e poi l’ultima delusione all’apprendere che l’uomo è sposato.

La stampa

Sul caso scrissero in tanti, tra cui Dino Buzzati per il “Corriere della Sera”. Anche l’istituto luce fece numerosi servizi.

Di questa vicenda hanno parlato, tra gli altri, Marco Marra in Stelle nere e Piero Colaprico per “Repubblica”.

Fonte immagine: SkyScraperCity – Milano bombardata

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