Beatrice Corradini si racconta

L’autrice di “Io sono la pioggia” parla con noi della sua prima esperienza da scrittrice

In occasione dell’uscita in libreria del libro Io sono la pioggia di Beatrice Corradini, ne abbiamo approfittato per scambiare due parole con l’autrice. Ecco cosa è emerso.

È uscito in libreria il tuo primo libro! Qual è stata la reazione quando hai saputo che sarebbe stato pubblicato?

Un infarto. Okay, forse non così esagerato visto che sono ancora viva, ma considerando​ che quando ho letto la proposta editoriale ero a lezione, sono letteralmente sbiancata davanti al professore (fra l’altro, avevo avuto la brillante idea di mettermi in prima fila). Inutile dire che la concentrazione nei minuti successivi sia andata a farsi friggere, ma appena mi sono liberata ho iniziato a chiamare e dirlo a tutti.

Adesso che hai realizzato il tuo sogno, che programmi hai per il futuro? Continuerai a scrivere?

Programmo di sognare sempre di più, probabilmente. Non posso immaginare una vita in cui non abbia voglia di scrivere, la mia idea sarebbe quella di rimanere su questa strada e pubblicare ancora, anche perché ho progetti ben più malsani da parte che devono vedere la luce.

Da dove nasce l’idea di “Io sono la pioggia”?

Da un ultimo anno di liceo delirante, in cui ho deciso di ignorare completamente i giudizi critici che tutti gli insegnanti di italiano hanno sempre avuto nei confronti del mio modo di scrivere (come per Andrea, è stata una battaglia). Un po’ volevo vendicarmi con l’unico mio mezzo a disposizione, ovvero la penna, un po’ speravo di riuscire a concepire una storia romantica che non fosse un guazzabuglio di zucchero, miele e farfalle nello stomaco (niente in contrario verso chi ne scrive, ma io non sono proprio il tipo). Non pensavo che il mio sfogo nato letteralmente tra i banchi di scuola – sì, facevo finta di prendere appunti – sarebbe arrivato in libreria. Volevo anche un racconto che mi rappresentasse al livello di modo di fare, di vivere​, di vedere le cose. Anche la Roma in cui ho ambientato il tutto non è il classico fulcro di antichità e fascino conosciuto da chi non la vive. In qualche modo è sempre tutto grigio, popolare, un po’ “sospeso” ed estraneo all’immaginario da cartolina. Mi ritengo soddisfatta del risultato, comunque.

Quando hai capito che scrivere sarebbe stata la tua strada?

Non credo ci sia un momento preciso, ma ricordo due dettagli fondamentali che mi hanno dato il via: per prima cosa, quando ero alle elementari ero “quella che scriveva poesie“, e già questo è emblematico, penso. In secondo luogo, quando avevo circa dodici anni sono andata a un concerto degli Ska-P a Lucca, e una volta tornata a casa ero talmente felice che ho sentito il bisogno di raccontarmi e “imprigionare” quello che avevo provato. Ho iniziato a scrivere un racconto che si è tradotto in una settantina di pagine Word senza alcun criterio narrativo, ma da lì non ho più smesso. Il feedback positivo avuto in questi ultimi cinque anni su EFP ha gettato benzina sul fuoco, ecco.

Che consiglio senti di dare ai tuoi coetanei che sognano di pubblicare un libro?

Di non smettere e fregarvene di quello che dicono gli altri: chi non scrive non vi può capire. Se cercate di spiegarvi vi prenderanno per matti, ma è quell’essere “matti” che vi permetterà di inventare storie migliori, perchè chi scrive ha solo il coraggio di mettere nero su bianco quello che altri hanno paura di dire. Mai svendere la propria scintilla di stranezza per cercare di omologarsi, in sostanza, si rischia di perdere qualcosa di prezioso. Infine, ovviamente, non mollare: se siete convinti di quello che volete fare, di quello che volete pubblicare, prima o poi troverete il modo di farlo. Può essere frustrante, a volte, ma il duro lavoro viene sempre ripagato.

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