“La prossima parola che dirai”

Chiara Bottini ci parla del suo libro

Com’è nato questo libro e come hai deciso di passare da twitter alla carta, in questo doppio carpiato verso le librerie?

Io amo la carta. E so che sono alberi, quindi sono una brutta persona e so che questa è l’era del digitale e bisogna leggere gli e-book sennò sei uno sfigato retrogrado, ma la carta è la carta. E, anche se resta un’idea romantica e ottocentesca, non in linea con le dinamiche editoriali odierne e bla bla, continuo a pensare che la dignità di stampa devi meritartela. E non è facile. Io, almeno, non la vivo così.

La genesi del libro è lunga e contorta, ma provo a ricondurla a due ragionamenti principali: il primo, mi piaceva l’idea di provare a ricostruire la costellazione di eventi, situazioni e reciproci influenzamenti che può esistere dietro un pensiero da 140 caratteri. C’è chi usa questi strumenti per raccontarsi, non solo per reperire informazioni in tempo reale e condividere articoli o immagini. E, mentre ti racconti, sistematicamente vieni giudicato, frainteso, preso per i fondelli o adorato, idealizzato e tu stai lì e pensi: “ma io mica intendevo questo”. Lo trovo un fenomeno curiosissimo.

Quindi, non mi interessava creare una raccolta di frasi, né dare spiegazioni o puntualizzare dettagli del mio privato, mi intrigava il fatto di prendere un tweet a caso, piazzarci la dinamite, farlo saltare in aria, raccogliere i pezzi e vedere se ero in grado di regalargli un contesto verosimile, sotto forma di personaggi, dialoghi, sentimenti.

Il secondo: non ricordo un altro periodo storico nel quale si è subito così tanto il fascino letterario dei propri pari. Un conto è idealizzare uno scrittore, un giornalista, un artista che, per mestiere, coltiva l’abilità di spedirti in testa immaginari e farti sognare, un altro è rimanere incantati dall’impiegato di banca o dall’assicuratrice che ti offrono la loro vita, ogni giorno, in una specie di streaming esistenziale che diventa quasi più appassionante di una serie TV, nonostante resti privo di una forma mediatica ben definita.

Poi ci sono molti altri motivi, più teneri e meno sociologici, ma credo si capiscano leggendo la dedica iniziale.

Se dovessi consigliarci il posto migliore dove metterci a leggere il tuo libro, quale sarebbe?

Un posto dove ci si sente al sicuro e non si viene interrotti.

Perché hai deciso di aprire un blog e, soprattutto, di chiamarlo come il tuo ricorrente tornare a un orario preciso?

Ho una venerazione per la sintesi, ma, in alcuni momenti, ho avvertito il bisogno di un pochino più di spazio. Il 17 è il numero che mi sta intorno da sempre: posti sul treno, scontrini, date di incontri importanti e, come se non bastasse, c’è il mio intercettare un orologio alle 17.17, quasi tutti i giorni. Ormai, quando non scrivo io 17.17 su Twitter, amorevolmente, lo fa qualche follower per me. Questo rende la misura della follia. La gente crede che programmi una sveglia a quell’ora, per darmi un tono e fare il personaggio perseguitato, vallo a spiegare che saresti felice se fosse così.

Nel 2015 hai scritto un pezzo sul tuo blog in cui dicevi “l’amore non puzza di fritto”; che opinione hanno le protagoniste del tuo libro sull’amore?

Giulia Maria è una donna facilmente suggestionabile, intanto dalla scrittura, la sua quanto quella degli altri, quindi, quando incontra qualcuno che si avvicina alla sua idea, al suo archetipo letterario, decide di accelerare, con gli esiti che si scopriranno. In realtà, lei ignora i sentimenti degli uomini coi quali interagisce: li vuole solo riportare al suo schema. L’amore diventa un’esperienza esagerata, liberatoria, ma, al tempo stesso, paralizzante.

Livia è, in apparenza, più furba e per bene, ma è solo che non le va di confrontarsi con un’immagine negativa di se stessa. Quando conosce Giulia è entusiasta di poter vivere attraverso di lei le avventure amorose e sessuali che non ha il coraggio di realizzare con Mattia. L’amore la mette alla prova, ma è anche lo strumento che utilizza per anestetizzare i suoi guai professionali.

Sentimenti nati in rete, nel mondo reale, nei sogni, nei mondi paralleli… Quanta differenza c’è?

La modalità, forse. Per il resto, non c’è differenza: quello che entra, entra.

 

 

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