Bandito e gentiluomo: la malavita milanese del Dopoguerra

Criminali spavaldi e rapinatori leggendari, capaci di fare colpi milionari senza sparare un solo colpo e diventare protagonisti delle canzoni popolari. Ma anche malviventi da quattro soldi, disorganizzati e spesso in conflitto tra loro: questa era la ligera, la malavita che dominò tra il Dopoguerra e gli anni Ottanta a Milano, prima di venire soppiantata da mafia, camorra e ’ndrangheta.

È questa la Milano in cui è ambientato Assassinio alla Scala, il nuovo giallo milanese di Andrea Ferrari, Francesco Gallone e Riccardo Besola, in libreria dal 5 maggio. Ancora oggi quei personaggi sono ammantati da un’aura di rispetto, e spesso addirittura ricordati come “eroi”, nonostante i crimini dei quali si macchiarono. Come possiamo spiegare questo “romanticismo”?

Innanzitutto, la caratteristica più nota di questa malavita era il possedere un “sistema di valori” condiviso: la violenza doveva essere sempre l’ultima risorsa, e comunque mai contro donne e bambini. La cronaca ha dimostrato quante fossero le “deroghe” a questa linea di condotta, ma ciononostante l’opinione pubblica non li riteneva una minaccia per “la brava gente comune”.

Un’altra caratteristica che li rendeva i “beniamini del popolo” erano i luoghi di provenienza: quartieri popolari, come la zona dell’Isola di Ezio Barbieri, “il rapinatore gentiluomo”, o come la zona di viale Padova per Arnaldo Gesmundo, “il bandito Jess”, uno dei “sette uomini d’oro” che fecero la rapina in via Osoppo.

Ed è proprio questo evento di cronaca uno di quelli che crearono la leggenda della ligera. Un colpo da film, il punto più “alto” del banditismo meneghino del dopoguerra. Protagonista del colpo fu la banda Ciappina, guidata dall’ex partigiano Ugo Ciappina, già leader della “Banda Dovunque” (così chiamata perché si spostava su auto sportive rubate in tutto il Nord Italia). Obiettivo: un blindato della Banca Popolare di Milano. Lo accerchiano con tre auto, da cui scendono i rapinatori vestiti da operai, imbracciando dei mitra. Nessun colpo sparato e un bottino di 614 milioni di lire, una cifra all’epoca spropositata.

Al di là della favola, la realtà era molto più violenta e meno nobile. I colpi di pistola partivano e anche la “gente comune” ne faceva le spese. Nonostante questo, si era ormai creata una leggenda, che viene ricordata ancora oggi.
Ad ogni modo, questo periodo “popolare” della della ligera inizia però a declinare nella seconda metà degli anni Sessanta, con un uso più spregiudicato delle armi e della violenza. Un esempio su tutti la rapina della banda Cavallero in via Zandonai del 1967, durante la quale i banditi spararono tra la folla facendo tre morti tra i passanti.

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